Metà ha una formazione in business e finanza, ma l’esperienza internazionale resta rara: appena il 6,8%. Il profilo della nuova generazione chiamata a guidare le imprese familiari italiane.
La nuova generazione che si prepara a entrare nelle cabine di regia delle imprese familiari italiane ha un tratto distintivo preciso: studia di più. È più formata, più abituata a leggere l’azienda con strumenti manageriali, più incline ad arrivare al comando con un percorso universitario alle spalle. Ma non per questo appare già pienamente attrezzata ad affrontare tutte le sfide di un mercato aperto e competitivo. Perché accanto all’aumento del livello di istruzione emerge anche un altro dato, assai meno rassicurante: l’esperienza internazionale resta marginale.
Una generazione più istruita

A fotografare il profilo dei successori è la ricerca della Bocconi sul passaggio generazionale nelle imprese familiari. Il primo numero colpisce subito: l’80,6% dei successori ha almeno una laurea. È il segno di un cambio di fase netto rispetto al passato. Se per decenni l’ingresso in azienda è avvenuto soprattutto attraverso l’apprendimento sul campo, oggi chi si prepara a raccogliere il testimone arriva sempre più spesso con una formazione strutturata, costruita fuori dall’impresa e poi portata al suo interno.
Non è un dettaglio. Significa che la figura del successore cambia natura. Non è più soltanto il figlio o la figlia che cresce dentro l’azienda e ne assimila progressivamente il mestiere. È, sempre più, una figura che si presenta con un bagaglio accademico, con categorie economiche e organizzative, con un lessico che parla di governance, strategia, controllo, sostenibilità della crescita.
Il peso degli studi in business e finanza
Ancora più indicativo è il secondo dato: il 50% dei successori ha studi in business e finanza. In pratica, uno su due sceglie un percorso formativo strettamente legato alla gestione d’impresa. Anche questo è un segnale preciso. La nuova imprenditoria familiare sente che oggi guidare un’azienda non significa soltanto conoscere il prodotto o presidiare il mercato, ma saper leggere bilanci, pianificare, organizzare, decidere in contesti più complessi rispetto a quelli delle generazioni precedenti.

La centralità della formazione economico-manageriale racconta dunque una trasformazione profonda. Le imprese familiari non cercano più soltanto continuità, ma competenze. E la preparazione universitaria sembra diventata una sorta di prerequisito implicito per affrontare il ricambio. In una fase in cui le aziende devono misurarsi con innovazione, transizione digitale, tensioni sui mercati e passaggi organizzativi delicati, il capitale formativo della nuova generazione assume un peso crescente.
Il nodo dell’esperienza internazionale

Eppure il quadro non è privo di ombre. Il dato che più sorprende è quello sull’apertura internazionale: solo il 6,8% dei successori ha un’esperienza internazionale. È una quota molto bassa, soprattutto se confrontata con la frequenza con cui il sistema economico italiano richiama la necessità di internazionalizzarsi, esportare, confrontarsi con filiere e concorrenti globali.
Qui emerge un limite evidente. I nuovi imprenditori italiani appaiono più istruiti, ma non altrettanto esposti a esperienze all’estero capaci di ampliare davvero lo sguardo. E questo può pesare. Perché studiare conta, ma confrontarsi con altri mercati, altri modelli organizzativi, altre culture d’impresa può fare la differenza nel momento in cui si è chiamati a guidare un’azienda in una fase di trasformazione
Più preparati che cosmopoliti
Il ritratto che ne esce è quello di una NextGen imprenditoriale più preparata che cosmopolita. Più laureata, più manageriale, più consapevole degli strumenti della gestione. Ma ancora fortemente radicata in un orizzonte nazionale. Un punto di forza, se si guarda al legame con il territorio e con la storia dell’impresa. Un possibile limite, se invece si considera la velocità con cui cambiano mercati, tecnologie e relazioni economiche.

Naturalmente, i titoli di studio non bastano da soli a garantire un passaggio generazionale efficace. La laurea non sostituisce l’esperienza, né risolve automaticamente il nodo della leadership. Un successore deve saper tradurre la formazione in decisioni, visione industriale, capacità di guidare persone e processi. Deve riuscire a far convivere innovazione e memoria aziendale, strumenti nuovi e conoscenza concreta del lavoro.
Il confronto del 31 marzo
Resta però il segnale di fondo: la nuova classe imprenditoriale italiana non assomiglia più a quella di ieri. È più scolarizzata, più tecnica, più orientata ai temi economici e finanziari. Ma ha ancora poca familiarità con una vera esperienza internazionale. Ed è proprio in questo equilibrio, tra preparazione e apertura, che si giocherà una parte importante del futuro delle imprese familiari.
Di questo si parlerà anche il 31 marzo al Convento dei Neveri di Bariano, nell’incontro promosso da Family.Biz dedicato al passaggio generazionale. Perché oggi non basta chiedersi chi prenderà il posto della generazione al comando. La domanda decisiva è un’altra: con quale profilo, con quali competenze e con quale visione entrerà davvero alla guida dell’impresa.









