Nella mattina del 30 gennaio, durante FuturExpo a Treviglio Fiera, Pianura Network ha messo a terra un confronto operativo: allevatori, ricerca e impresa tech insieme per prevenire le malattie, ridurre l’uso di antibiotici e trasformare i dati in efficienza misurabile.
C’è un’immagine che riassume bene la distanza tra “innovazione” detta e innovazione fatta: un cruscotto che segnala un’anomalia, ma che non sostituisce lo sguardo di chi in stalla ci vive. È da qui che è partita la mattinata “Agritech: innovazione, dati e sostenibilità per l’agricoltura del futuro”, andata in scena il 30 gennaio nella Sala Plenaria di Treviglio Fiera durante la manifestazione FuturExpo. Un panel costruito con un obiettivo chiaro: portare la tecnologia fuori dai convegni e dentro il conto economico delle aziende agricole. Ad aprire i lavori, dopo il video-manifesto “due anni, 300 imprese”, il saluto di Alberto Capitanio ha messo il perimetro: l’agritech non è un vezzo “da futuro”, ma una leva che entra in campo quando ci sono problemi da risolvere con un vincolo non negoziabile, in questo territorio: qualità del prodotto, sensibilità ambientale e benessere animale, senza perdere di vista la redditività.
Pressione globale, valore territoriale: il punto di partenza

Nel framing iniziale, Gabriele Borella, presidente provinciale di Coldiretti, ha richiamato i numeri e le tensioni: la Lombardia come potenza agroalimentare (DOP/IGP, latte e suinicoltura) ma anche come area sottoposta a competizione internazionale, volatilità dei prezzi e “compressione” di suolo agricolo tra logistica ed energia. Il passaggio chiave è stato strategico: se la filiera premia la qualità, allora servono strumenti che aiutino l’impresa agricola a difenderla e a monetizzarla, evitando che il prezzo – deciso altrove – diventi l’unico driver. Da qui, la traiettoria: fare sistema, creare sinergie e costruire soluzioni che non restino prototipi. Perché il rischio, nel primario, è noto: mercati che cambiano in corsa, regole che non sono uniformi, e un ricambio generazionale che non è solo anagrafico ma culturale (uso del dato, capacità di governare strumenti digitali, nuove competenze).
Dalla “terza missione” al campo: ricerca applicata e prevenzione

Spallanzani e dell’ Università Statale di Milano
La tavola rotonda, moderata dal giornalista esperto del settore Giorgio Lazzari, ha ruotato attorno a un concetto che è insieme sanitario e industriale: prevenire costa meno che rincorrere. Luigi Bonizzi, vicepresidente dell’Istituto Sperimentale Italiano Lazzaro Spallanzani e docente all’Università degli Studi di Milano, ha posizionato l’università come “ponte”: formazione, ricerca e trasferimento tecnologico verso aziende e cittadini. Il messaggio è stato manageriale e netto: l’innovazione va governata, l’IA non è magia, la ricerca è un investimento. E soprattutto: la risposta alle emergenze sanitarie non può essere “mettere la polvere sotto il tappeto” con interventi massivi e tardivi, perché l’effetto collaterale – la resistenza agli antibiotici – è già una pandemia silenziosa.
Spallanzani: un progetto “Nostradamus” per la stalla

Sul versante operativo, Silvia Cenadelli, vicedirettore dell’Istituto Sperimentale Italiano Lazzaro Spallanzani, ha raccontato l’evoluzione dell’istituto, radicato in Pianura e attivo dal 1941, nato sulla riproduzione animale e poi allargato a biosicurezza, formazione e progetti di filiera. Il focus della mattinata è diventato un progetto ambizioso: approccio sindromico alle infezioni respiratorie nel suino, integrazione tra sensoristica, valutazioni di benessere animale e genetica molecolare, per arrivare a una diagnosi preventiva. In altre parole: intercettare segnali deboli prima che si trasformino in crisi. Qui l’impostazione è stata chiara: molte professionalità, linguaggi diversi, un obiettivo comune. E un vincolo di valore: il progetto deve tradursi in contributo concreto alle aziende, non in report autoreferenziali.
Betacom: tecnologia “sotto il cofano”, decisioni in mano all’allevatore

Il passaggio più “business” è arrivato con Guido Calliano, direttore Business unit Agritech Betacom Srl, che ha spiegato perché l’azienda ha strutturato un reparto agritech: dominare la tecnologia non basta, serve renderla utile e adottabile. Il modello dichiarato è quello del collante: tra bisogno dell’end user e stato dell’arte della ricerca. IoT per raccogliere dati, modelli di machine learning per elaborarli, sistemi di supporto alle decisioni (DSS) per trasformarli in alert e priorità operative. Il punto distintivo, ripetuto più volte, è di governance: sistemi “di supporto”, non sostitutivi. La tecnologia deve lavorare in continuo, segnalare anomalie, abbassare i costi di errore, ma lasciare all’operatore la decisione e la verifica sul campo. E, soprattutto, deve abbattere la barriera d’accesso: niente investimenti impossibili, niente complessità che richiede “l’ingegnere in stalla”. La direzione indicata è quella dei modelli a servizio, con costi ricorrenti sostenibili, perché solo così l’adozione diventa scalabile.
Europa, fondi e realtà: la finanza pubblica come “derisking”

Sul capitolo funding e scenario comunitario, Samantha Barbero – CEO di ValueXMatch e advisor tecnico in ambito Horizon Europe – ha portato un taglio tecnico: finanza pubblica in logica blended (grant + possibile equity), allocazione per priorità strategiche e, negli ultimi mesi, una pressione crescente sulle tecnologie dual use per ragioni geopolitiche. La chiave di lettura proposta è stata precisa: l’Europa investe nelle fasi early-stage per ridurre il rischio e attrarre capitale privato. E nel food – tra sostenibilità, sicurezza alimentare, alternative protein – la partita è strutturale. Nel dibattito è emerso anche il tema delle asimmetrie regolatorie: tempi e requisiti europei più lunghi rispetto ad altri mercati, con il rischio di rallentare il go-to-market delle tecnologie. Tradotto in linguaggio d’impresa: competitività e presidio industriale si giocano anche su burocrazia, tempi e capacità di presentare progetti solidi.
Il reality check: bandi complessi, comunicazione e sostenibilità economica
La parte finale ha avuto il merito di portare il panel “a terra”. Dal pubblico è arrivata un’osservazione che ha fatto da stress test: i bandi Horizon sono spesso troppo complessi e richiedono strutture che le aziende agricole non hanno; inoltre, serve una comunicazione più incisiva verso chi vive il quotidiano dell’impresa agricola. La risposta ha riconosciuto il problema e ha spostato il focus sulle leve realistiche: incentivi nazionali, casi pilota, best practice divulgate dalle organizzazioni di categoria, e un accompagnamento che trasformi l’innovazione in percorso accessibile.
Un messaggio per la Pianura
La sintesi della mattinata, in ottica Pianura Network, è lineare: l’agritech funziona quando è un progetto di ecosistema – ricerca, impresa, allevatori e consulenza – orientato a KPI concreti (prevenzione, benessere, riduzione antibiotici, efficienza) e non a slogan. Il confronto si è chiuso con l’invito ai tavoli di business matching: perché la partita, qui, non è “parlare di futuro”, ma costruire partnership, modelli replicabili e risultati che si vedono in stalla, nei campi e in bilancio.









