Quasi un milione di euro versato dopo una telefonata con una voce falsificata, recuperato solo grazie a una denuncia immediata; in un’azienda famosa il raggiro è saltato per una domanda su un libro. Bastano pochi minuti di audio pubblico per replicare una voce, e il bersaglio non è l’IT ma l’ufficio amministrativo. Se ne parlerà il 1° ottobre a Treviglio Fiera, al convegno “Sotto Attacco”.

«Qual è il libro che mi hai consigliato pochi giorni fa?». Secondo la ricostruzione pubblicata da Bloomberg e mai smentita dall’azienda, è con una domanda di questo tenore che nel luglio 2024 un dirigente di una famosissima casa di produzione di auto sportive ha fatto saltare un tentativo di frode. Dall’altra parte del telefono c’era la voce dell’amministratore delegato, accento d’origine compreso, che parlava di un’acquisizione riservata e chiedeva di tenersi pronto a firmare. Alla domanda la chiamata si è interrotta. L’azienda ha confermato l’episodio e avviato accertamenti interni.
Il caso è diventato un piccolo classico perché mostra due cose insieme: quanto è credibile oggi una voce ricostruita artificialmente e quanto è banale la contromossa che la smaschera.
Nessuna intrusione, nessun malware
È qui che questo tipo di attacco si distingue da tutto il resto. Non c’è una vulnerabilità sfruttata, non c’è un ransomware che cifra i server, non c’è un accesso abusivo da notificare. I sistemi aziendali restano perfettamente integri. Il denaro esce dall’azienda attraverso un bonifico autorizzato in modo regolare da una persona in carne e ossa, convinta di parlare con qualcuno che conosce.
Cambia il bersaglio: non l’IT, ma l’ufficio amministrativo, la tesoreria, chi ha la delega sui pagamenti. E cambia la difesa, perché nessun firewall intercetta una richiesta che arriva per telefono o su WhatsApp.
Il precedente italiano
Nel febbraio 2025, secondo quanto riportato da Ansa e dalle principali testate nazionali, alcuni tra i maggiori imprenditori italiani sono stati contattati da persone che si spacciavano per lo staff del ministro della Difesa Guido Crosetto, utilizzando numeri di telefono clonati e una voce falsificata. La richiesta: somme urgenti per liberare giornalisti ostaggio in Medio Oriente, con la promessa di un successivo rimborso da parte della Banca d’Italia. Quasi tutti si sono insospettiti. Uno invece ha disposto due bonifici per complessivi 980mila euro, rendendosi conto poco dopo dell’accaduto.

La parte istruttiva è quello che è successo dopo. L’imprenditore ha denunciato immediatamente, e la rapidità ha consentito alla Procura di Milano di seguire la pista del denaro, transitato da Hong Kong e infine individuato e congelato su un conto olandese. La somma è stata recuperata per intero. Le indagini, condotte con l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata e alla sostituzione di persona, sono tuttora in corso e nessuna responsabilità è stata a oggi accertata in via definitiva.
Resta il punto tecnico: il materiale di partenza per costruire un inganno del genere costa pochissimo. Per addestrare un modello vocale convincente bastano pochi minuti di registrazione, e di un imprenditore che interviene ai convegni, compare nei video istituzionali dell’azienda o parla in un podcast di settore il materiale è già pubblico.
Perché le imprese della Pianura sono un bersaglio comodo
L’impresa familiare con un ufficio amministrativo di due o tre persone è tra i profili più esposti, e non per impreparazione tecnologica. Lo è per struttura: le deleghe sono informali, la catena decisionale è corta, e la cultura aziendale è spesso quella per cui se lo chiede il titolare non si discute. Esattamente le leve su cui questo tipo di attacco fa pressione.
Anche il momento non è casuale. Le segnalazioni raccolte dagli operatori del settore descrivono tentativi concentrati il venerdì pomeriggio, alla vigilia delle chiusure, durante trattative riservate o mentre il titolare è in viaggio: tutte situazioni in cui una verifica sembra una perdita di tempo.
Sul piano penale la legge si è mossa, ma tutela l’identità, non il conto corrente

La legge 132/2025 sull’intelligenza artificiale, in vigore dal 10 ottobre 2025, ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-quater: punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza consenso immagini, video o voci falsificate con l’IA e idonee a ingannare sulla loro genuinità, cagionando un danno ingiusto. Il perimetro però va letto bene: la persona tutelata è quella di cui è stata riprodotta la voce, non l’azienda che ha eseguito il bonifico. Per l’impresa truffata valgono le fattispecie di sempre, truffa e sostituzione di persona, con un’aggravante comune introdotta dalla stessa legge per i reati commessi mediante sistemi di intelligenza artificiale.
Resta il fatto che la norma interviene a danno avvenuto, quando il denaro ha già attraversato più giurisdizioni. E anche sul fronte assicurativo la partita è meno scontata di quanto si creda: le frodi da ingegneria sociale sono generalmente trattate in modo diverso dal danno informatico e sono spesso regolate da sottolimiti specifici. Vale la pena verificarlo nel proprio contratto prima che serva.
La contromisura costa zero

Quello che funziona non è un software. È una procedura scritta, condivisa con chi maneggia i pagamenti, che stabilisce tre cose: nessuna richiesta di pagamento urgente si esegue senza una verifica su un secondo canale, richiamando il numero in rubrica e non quello da cui è arrivata la chiamata; nessuna variazione di IBAN di un fornitore viene registrata senza conferma telefonica a un referente noto; sopra una soglia definita serve una seconda firma, sempre.
Nella famosa casa automobilistica è bastata una domanda su un libro. In azienda può bastare la regola che quella domanda si può fare sempre, anche al titolare, senza sentirsi in imbarazzo.
Di questo, e di come tradurre in pratica governance, obblighi NIS2 e gestione degli incidenti, si discuterà il 1° ottobre a Treviglio Fiera nel convegno “Sotto Attacco”, promosso da Pianura Network con il patrocinio di Regione Lombardia.


















